Dalla curva al campo: il racconto di una finale di hockey tra emozioni, tifo e fotografia
- Gianvito Coco

- 5 giorni fa
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Racconto fotografico della finale di Ice Hockey League alla Intercable Arena di Brunico: dalla curva al campo, tra tifo, emozioni e tecnica fotografica nello stadio del ghiaccio. Una stagione vissuta tra passione e fotografia sportiva.
Ci sono momenti in cui il ruolo cambia, ma l’emozione resta. Anzi, si amplifica. E a volte non ti accorgi nemmeno di quando succede: semplicemente, a un certo punto, smetti di essere solo spettatore e inizi a far parte del racconto.
Il mio rapporto con l’hockey a Brunico non nasce oggi. È un legame costruito nel tempo, fatto di presenze sporadiche, ricordi lontani e sensazioni che si sono sedimentate senza fretta. Ricordo ancora una delle prime volte in cui entrai nel vecchio impianto: tutto era diverso, più grezzo, più essenziale, ma già incredibilmente vero. C’era qualcosa nell’aria, un’intensità che non sapevo ancora spiegare ma che evidentemente mi aveva già catturato.
Poi, questa estate, qualcosa si è spostato.

Ho avuto l’occasione di fotografare la presentazione ufficiale della squadra in centro a Brunico. Non era una partita, non era il ghiaccio, ma era già tutto lì. La piazza piena, le luci, la gente vicina, gli sguardi curiosi e orgogliosi. Una città intera che si riconosceva in una squadra. In quel momento ho capito che non stavo solo osservando, ma stavo iniziando a raccontare.
Da lì è cambiato tutto.
Ho iniziato a seguire la squadra con più continuità, vivendo le partite da tifoso, in curva, immerso dentro il rumore, dentro la tensione, dentro quella forma di energia collettiva che non si può spiegare davvero a parole. All’inizio ero uno dei tanti. Poi, senza accorgertene, inizi a diventare parte del paesaggio umano che ti circonda. Gli stessi volti, gli stessi posti, gli stessi gesti prima della partita. Uno sguardo basta per riconoscersi. E quella distanza tra “io” e “noi” si accorcia sempre di più.

Oggi però è diverso.
Oggi sono dentro lo stesso mondo, ma da un altro punto di vista. Per la prima volta racconto una finale di Ice Hockey League non dalla curva, ma da fotografo. Non più solo emozione vissuta, ma emozione osservata, anticipata, tradotta in immagini. Sono tra campo e pubblico, in quella zona fragile e potentissima dove tutto succede contemporaneamente.
Tra campo e pubblico: il confine invisibile Essere a bordo campo significa vivere su una linea sottile. Da una parte il ghiaccio, la velocità, la fisicità estrema del gioco. Dall’altra il pubblico, il rumore, l’onda emotiva che sale dagli spalti. In mezzo, uno spazio ristretto ma densissimo, condiviso con chi lavora dietro le quinte: fotografi, videomaker, staff tecnico, addetti ai lavori.
È un punto privilegiato ma anche complesso. Non hai più il coinvolgimento istintivo della curva, ma non sei nemmeno esterno. Sei dentro, ma con la necessità di restare lucido. Devi osservare mentre tutto accade, anticipare mentre gli altri reagiscono, scegliere mentre l’azione ti scorre davanti a velocità altissima.
Ed è proprio qui che cambia il modo di vedere tutto.
Il tunnel: dove tutto ha inizio
Prima ancora che la partita inizi, c’è un momento che racchiude tutta la tensione e l’energia di una finale: il tunnel. È lì che i giocatori si preparano, che si guardano negli occhi, che trasmettono grinta e determinazione senza bisogno di parole. Gli sguardi sono concentrati, intensi, carichi di significato. Ogni gesto è misurato, ogni attimo è sospeso tra calma e tempesta.
Accanto a loro c’è il pubblico, vicinissimo, quasi dentro lo stesso spazio. Anche i più piccoli si avvicinano con la mano tesa, in attesa di un “cinque” dai loro beniamini. È un gesto semplice, ma potentissimo, che crea un legame diretto tra chi gioca e chi vive la partita dagli spalti, un contatto umano che precede qualsiasi azione sul ghiaccio.
Ed è proprio qui che nasce una delle immagini più forti della serata. In mezzo a quel flusso di persone, quasi per caso ma con la prontezza che questo lavoro richiede, riesco a catturare un momento che difficilmente dimenticherò: il figlioletto di un giocatore che lo saluta mentre entra per il riscaldamento. Uno sguardo, un gesto, una distanza minima tra il ghiaccio e la vita reale. Un istante semplice e allo stesso tempo enorme, perché racconta tutto ciò che spesso non si vede: il lato umano dietro la competizione, la famiglia dietro l’atleta, l’emozione prima ancora del gioco.
Il passaggio di sguardo: da tifoso a fotografo
Cambiare prospettiva non significa cambiare emozione, ma trasformarla. Da tifoso vivi la partita in modo diretto, impulsivo, senza filtri. Da fotografo invece devi entrare in un altro ritmo. Devi capire prima che accada, leggere il gioco come un linguaggio.
Ogni azione diventa una possibilità. Ogni movimento un potenziale scatto. Ma allo stesso tempo devi restare fedele a ciò che succede intorno, perché una finale non è solo ciò che accade sul ghiaccio, ma tutto ciò che la circonda.
E questo cambia completamente il modo di raccontare.
L’attrezzatura e il caos controllato
Fotografare una finale di hockey significa confrontarsi con condizioni difficili. La luce dello stadio del ghiaccio è complessa, artificiale, spesso irregolare. Il ghiaccio riflette, amplifica, inganna. Il plexiglass introduce distorsioni, riflessi, interferenze continue.
L’hockey non ti lascia spazio. È uno sport veloce, diretto, senza pause reali. Devi essere pronto a tutto, sempre.
Per questo il punto di vista diventa fondamentale. Non esiste un’unica posizione corretta: a bordo campo sei dentro l’azione, dall’alto sei dentro l’atmosfera, dietro la curva sei dentro il respiro del pubblico. Ogni angolazione racconta una parte diversa della stessa storia.
E solo mettendole insieme la storia diventa completa.

Il cuore sugli spalti: quando tutto diventa collettivo
La fotografia sportiva non è mai solo tecnica. È attesa, istinto, presenza. Ma soprattutto è persone.
Durante questa finale lo stadio del ghiaccio di Brunico si è trasformato in qualcosa di più grande di un semplice impianto sportivo. Migliaia di volti, migliaia di occhi fissi sul ghiaccio, ognuno con la propria storia, ma tutti dentro la stessa emozione.
Cuori che non battono in modo separato, ma insieme.
C’è chi vive ogni azione trattenendo il respiro, chi urla, chi incita, chi soffre in silenzio e chi esplode senza controllo. Ma in quei momenti tutto si sincronizza. Il tempo non è più quello dell’orologio, ma quello del gioco.
E per qualche ora, davvero, non esiste più il singolo. Esiste un’unica identità collettiva, fragile e potentissima allo stesso tempo.
Il giallo e nero dei tifosi di casa si mescola all’arancione degli ospiti del Graz99. Due colori opposti, due presenze forti, ma una sola energia che riempie ogni spazio dello stadio.
Non è solo tifo. È qualcosa che somiglia all’appartenenza più profonda.

Quando la partita si chiude dentro l’emozione
La partita finisce. E non nel modo che si sperava.
La coppa va agli avversari, proprio qui, in casa. La delusione è reale, visibile, quasi fisica. Si legge nei volti, nei passi più lenti, nei silenzi che si allargano quando il rumore si spegne.
Eppure, dentro quella stessa partita, c’è stato tutto.
Il vantaggio, il 2-1, l’esplosione dello stadio, quel momento in cui tutto sembrava ancora possibile. È lì che nasce uno degli scatti più veri della serata: un attimo che contiene dentro di sé la speranza, la tensione e la bellezza dello sport.
Poi il gioco si fa più duro, più serrato, più inevitabile.

Quando l’unione supera il risultato
Negli ultimi minuti la partita è già scritta, ma lo stadio non si arrende. Anzi, si accende ancora di più.
Il pubblico non smette. Non perché crede di cambiare il risultato, ma perché vuole esserci fino in fondo. Vuole accompagnare la squadra anche nell’ultimo istante.
E lì accade qualcosa di raro.
Il campo e gli spalti smettono di essere due mondi separati. La squadra, i tifosi e la città diventano una sola voce. Un’unica presenza. Un unico battito.
Quando l’unione è tutto, il risultato perde il suo centro.
L’abbraccio finale
Alla fine resta ciò che non si può misurare.
Le sciarpe alzate. I battimani che rallentano. Le lacrime che non cercano di nascondersi.
E poi l’abbraccio.
Tra giocatori e tifosi, tra chi ha dato tutto sul ghiaccio e chi ha sostenuto senza mai fermarsi. Un abbraccio che non consola davvero, ma racconta tutto. Racconta una stagione, un percorso, un’identità condivisa.
Oggi non ero solo un tifoso. E non ero solo un fotografo. Ero entrambe le cose, nello stesso momento.

Oltre il risultato
Una sconfitta lascia sempre qualcosa. Ma non lascia mai solo vuoto. Lascia storie, immagini, frammenti che restano.
Quella di una squadra. Di una curva. Di una città intera che vive lo sport come parte della propria identità.
E attraverso questo racconto e queste immagini, ho cercato di fare una sola cosa: fermare ciò che non può essere fermato.
Perché la fotografia non cambia il risultato. Ma rende eterno ciò che si è vissuto.













































