Dal fuoco dell’Etna alla luce delle Dolomiti: la storia di un fotografo di montagna.
Dall’Etna alle Dolomiti: due montagne, una sola passione
La mia storia con la fotografia comincia a Catania, negli anni ’90, e inizia proprio da una montagna: l’Etna.
Da bambino guardavo le diapositive che mio zio realizzava durante le sue escursioni sull’Etna. Quelle immagini hanno lasciato dentro di me qualcosa che, con il tempo, sarebbe diventato molto più di una semplice passione.
Per chi nasce a Catania, l’Etna non è soltanto una montagna. È parte dell’identità, è una presenza costante, una montagna viva.
Forse è proprio per questo che, ancora oggi, quando penso al mio percorso come fotografo di montagna, sento che tutto è iniziato lì.
La fotografia, del resto, è sempre stata presente. Nel mio gruppo di amici ero quello che aveva sempre la macchina fotografica con sé. Prima i primi telefoni con fotocamera e le compatte, poi strumenti sempre più professionali.
Non è mai stata soltanto una passione da coltivare nel tempo libero. Fin dall’inizio avevo l’idea che la fotografia potesse diventare il mio lavoro.
La gavetta: imparare la fotografia sul campo
Nel 2005 arriva la prima vera opportunità professionale, in uno studio fotografico di Catania.
Era una realtà molto diversa da quella di oggi: si lavorava sei giorni alla settimana, con turni anche spezzati, per uno stipendio molto basso.
Ma quella è stata una scuola fondamentale.
Ho imparato a lavorare con le stampe, a sviluppare e modificare le immagini, a rapportarmi con i clienti e, soprattutto, a conoscere la fotografia in tutte le sue sfaccettature.
Capitava anche di assistere durante i matrimoni.
È stata una vera gavetta, fatta di tanta pratica e di tante ore di lavoro. Ma proprio lì ho capito che volevo continuare su quella strada.
La fotografia come racconto della montagna
Nel frattempo continuavo a fotografare l’Etna.
Quando arrivavano le eruzioni, poteva capitare di prendere lo scooter anche di notte per andare a fotografare la montagna.
Quelle esperienze mi hanno insegnato una cosa che ancora oggi considero fondamentale: la fotografia non è soltanto tecnica, ma è anche il modo in cui scegli di raccontare ciò che hai davanti.
Nel 2012 sono andato a Londra con l’idea precisa di lavorare nel mondo della fotografia. Sono rimasto alcuni mesi e poi sono tornato.
Non lo considero un fallimento. Al contrario, quell’esperienza mi ha dato ancora più consapevolezza della direzione che volevo prendere.
Successivamente ho lavorato nei villaggi turistici come fotografo. È stata un'altra palestra importante: imparare a essere veloce, adattarsi alle situazioni, lavorare con le persone e capire che una fotografia può diventare anche un'esperienza condivisa.
L’arrivo a San Vigilio e l’incontro con lo sci
La svolta arriva con Fotoplus, che mi porta a San Vigilio di Marebbe per fotografare i corsi della scuola sci.
All'inizio era un lavoro stagionale invernale. C’era però un piccolo problema: io non sapevo sciare.
Mi sono trovato quindi nella situazione di dover fotografare e filmare uno sport che ancora non conoscevo davvero. Ho imparato direttamente sul campo, fino ad arrivare negli anni a lavorare anche con atleti di alto livello.
Tra questi c’è stato Manfred e Manuela Mölgg, ma soprattutto ho avuto la possibilità di vivere da vicino il mondo dello sci agonistico, dalle competizioni di Coppa Europa fino alla Coppa del Mondo sulla pista Erta.
Ho fotografato momenti di allenamento e di gara, trovandomi a pochi metri da atlete come Federica Brignone e Mikaela Shiffrin. Quello che mi interessava, però, non era soltanto fotografare il gesto tecnico. Era raccontare quello che c'è dietro.
Lo sci raccontato attraverso le persone
Uno dei progetti che porto maggiormente con me è il documentario realizzato per gli 80 anni dello sci club locale di San Vigilio. Ho seguito i giovani atleti per un intero anno, dall'allenamento estivo fino alle gare invernali.
Attraverso la fotografia ho cercato di raccontare non soltanto i risultati, ma la disciplina, la fatica, il rapporto con gli allenatori, il sostegno delle famiglie e il senso di comunità che ruota intorno allo sci.
È stato un modo per capire ancora meglio questo territorio. Perché dietro a una montagna, a una pista o a una gara ci sono sempre delle persone.

Dal lavoro stagionale alla scelta di restare
Fino al 2019 il mio lavoro era soprattutto stagionale.
D'inverno vivevo e lavoravo a San Vigilio, mentre durante il resto dell'anno cercavo altre opportunità. A un certo punto ho sentito però la necessità di cambiare.
Ho deciso di rimanere a San Vigilio tutto l'anno e di costruire qui la mia attività indipendente. Il 2020 doveva essere l'inizio di questa nuova fase.
Poi è arrivato il Covid. E, come spesso succede, proprio da una situazione difficile è nata un'opportunità inaspettata.
Raccontare un territorio anche attraverso il lavoro
Durante quel periodo è arrivata la possibilità di lavorare alla comunicazione visiva di Agricolart, la cooperativa degli agricoltori di San Vigilio. È stata un'esperienza importante perché mi ha permesso di scoprire un'altra faccia del territorio.
Non più soltanto montagne, piste da sci e paesaggi, ma persone, agricoltura, fatica, tradizioni e il lavoro quotidiano che permette a determinati prodotti di arrivare sulle nostre tavole.
Ho capito ancora una volta che fotografare un territorio significa molto più che fotografare un paesaggio.
Significa raccontare ciò che succede dentro quel paesaggio.

Il mio lavoro oggi: raccontare Plan de Corones
Con il tempo ho iniziato a collaborare con la cooperativa turistica di San Vigilio e successivamente con il territorio turistico di Plan de Corones.
Oggi il mio lavoro si sviluppa in un territorio molto ampio, che comprende San Vigilio, Brunico, Valdaora, Chienes e la valle Anterselva.
Non mi occupo semplicemente di creare contenuti.
Il mio lavoro comprende la fotografia e lo storytelling del territorio, seguendo gran parte degli eventi organizzati dalle singole destinazioni durante l'anno.
A questo si aggiungono shooting stagionali mirati, progettati per raccontare specifici aspetti della destinazione: esperienze, attività, paesaggi, persone e momenti particolari dell'anno.
È un lavoro che richiede continuità e conoscenza del territorio.
Per raccontare davvero un luogo bisogna viverlo, conoscerne i ritmi, sapere dove essere nel momento giusto e, soprattutto, capire cosa vale la pena raccontare.
La notte in cui sono arrivate le aurore
Uno degli episodi che considero più significativi del mio percorso è legato proprio a Plan de Corones.
Una sera non avevo nemmeno tanta voglia di salire in montagna.
Un amico, invece, voleva provare la fotocamera del suo nuovo iPhone e mi ha convinto a partire.
Siamo saliti passando dal Passo Furcia. A un certo punto abbiamo attraversato le nuvole e siamo arrivati in cima.
Ed è lì che abbiamo visto l'aurora boreale.
Era una notte incredibile.
L'aria fredda, il cielo che cambiava colore, le montagne, la campana e gli elementi caratteristici della cima di Plan de Corones.
In quel momento ho fatto quello che faccio sempre: ho cercato di raccontare ciò che avevo davanti.
Con esposizioni lunghe ho fotografato il cielo e il paesaggio, cercando di mantenere il più possibile la naturalezza della scena.
Tornato a casa, ho lavorato sulle immagini e quella stessa notte ho deciso di inviarle ad ANSA, accompagnandole con un breve testo descrittivo.
Le ho semplicemente messe a disposizione.
Da quel momento è iniziato un crescendo di attenzione e di nuove opportunità.
Quella notte mi ha ricordato perché amo questo lavoro: perché non sai mai quando il territorio può regalarti un'immagine capace di raccontare qualcosa di più grande.

Un fotografo di montagna non fotografa solo montagne
Oggi il mio lavoro comprende molti ambiti diversi. Fotografo lo sci e lo sport, gli eventi, i paesaggi, le persone, l'agricoltura e la vita del territorio. Seguo manifestazioni organizzate dalle diverse destinazioni, ma anche realtà che fanno parte della comunità locale, come la Croce Bianca e i vigili del fuoco volontari. E ci sono anche i matrimoni.
La fotografia di matrimonio sulle Dolomiti rappresenta un altro modo di raccontare questo territorio: non attraverso un evento pubblico o una competizione sportiva, ma attraverso la storia personale di due persone che scelgono queste montagne per un momento importante della loro vita, sia che ci sono nate sia che scelgono questi luoghi per dire “Sì”.
In questo senso, essere un fotografo di matrimoni sulle Dolomiti significa ancora una volta raccontare un luogo attraverso le emozioni di chi lo vive.
La mia fotografia: naturale, autentica, senza eccessi
Se c'è una caratteristica che riconosco nelle mie fotografie è la ricerca della naturalezza.
Mi interessa molto la composizione, ma soprattutto mi interessa che i colori rimangano fedeli alla realtà.
Non amo i filtri pesanti o le elaborazioni che trasformano completamente una scena. Preferisco lavorare sulla luce, sull'inquadratura e sul momento.
Che si tratti di una fotografia di paesaggio, di sport, di un evento, di una persona o di un matrimonio, cerco sempre di mantenere un legame con ciò che realmente è accaduto davanti alla macchina fotografica.
Mi piace definirmi un cronista della luce.
Perché alla fine è questo che cerco di fare: osservare la luce, aspettare il momento giusto e raccontarlo.

Come Marcovaldo: trovare la meraviglia nelle piccole cose
C'è anche un riferimento letterario che sento molto vicino al mio modo di fotografare: Marcovaldo di Italo Calvino.
Mi affascina la sua capacità di meravigliarsi davanti alle piccole cose, di trovare qualcosa di straordinario dentro situazioni apparentemente normali.
È un po' quello che succede a me sulle Dolomiti.
Anche dopo tanti anni, ogni volta che esco con la macchina fotografica posso trovare una luce diversa, un dettaglio che non avevo mai notato, un paesaggio che cambia completamente con le condizioni atmosferiche.
È forse questa la parte più bella dell'essere un fotografo di montagna: non smettere mai di guardare.
Dall'Etna alle Dolomiti
Se ripenso al percorso fatto, mi sembra quasi di aver seguito una linea invisibile che parte dalla Sicilia e arriva fino all'Alto Adige.
Sono partito da una montagna nata dal fuoco, l'Etna.
Sono arrivato a montagne scolpite dal tempo, le Dolomiti.
Sembrano due mondi lontanissimi, ma in realtà hanno qualcosa di profondamente simile: sono montagne che fanno parte dell'identità delle persone che le abitano.
Io, arrivando da Catania, ho trovato qui una nuova montagna da raccontare.
E forse è proprio la fotografia ad avermi permesso di entrare in questo mondo.
Perché le parole possono avere bisogno di una traduzione.
Un'immagine, invece, può parlare a tutti e ho capito che, quando due mondi si incontrano, possono accadere cose straordinarie.






















