top of page
  • Instagram
  • Vimeo
  • LinkedIn

Fotografo a Brunico: ritratti, emozioni e storie dall'Alto Adige

24 set
Tempo di lettura: 7 min

Un progetto fotografico di ritratto nella lungodegenza dell'ospedale di Brunico: volti, emozioni, abiti tradizionali e storie di persone raccontate da un fotografo professionista.


Ci sono fotografie che non si pagano, “Quanto costa un servizio fotografico?” È una domanda legittima, ma dietro al prezzo di una fotografia ci sono anni di esperienza, formazione, attrezzatura, tempo e professionalità. Fare il fotografo è un lavoro e il valore di un servizio non si misura soltanto nelle ore trascorse a scattare.


E proprio pensando a questo, mi è tornata in mente una giornata dello scorso anno che, a distanza di quasi un anno, considero ancora una delle esperienze più significative del mio percorso professionale.

Quella volta non ero su una pista da sci, non stavo fotografando un evento o un matrimonio sulle Dolomiti e non ero impegnato in uno shooting per raccontare il territorio dell'Alto Adige. Ero a Brunico, all'interno della lungodegenza dell'ospedale.

il set allestito
il set allestito

Un incarico diverso dagli altri

Nel mio lavoro come fotografo nelle Dolomiti e in Alto Adige mi capita di entrare in contatto con realtà molto diverse tra loro. Fotografo sport, eventi, aziende, famiglie, matrimoni, paesaggi e progetti legati al turismo e al territorio. Ogni servizio ha le proprie esigenze e richiede preparazione, attenzione e capacità di adattarsi alle situazioni, ma esiste comunque una dinamica che ormai conosco bene: arrivo sul posto, osservo, cerco la luce, fotografo e poi torno al computer per selezionare, elaborare e consegnare le immagini.

Questa volta, però, sapevo fin dall'inizio che sarebbe stato diverso.

Il progetto prevedeva la realizzazione di una serie di fotografie all'interno della lungodegenza dell'ospedale di Brunico. Non avrei avuto davanti alla lente, atleti concentrati prima di una gara, sposi nel giorno del loro matrimonio o persone impegnate in un evento. Avrei incontrato anziani più o meno avanti con gli anni, persone fragili, alcune con difficoltà nei movimenti e altre che convivevano quotidianamente con la malattia e la sofferenza.

Entrando in quel reparto ho avuto immediatamente la sensazione che anche il mio modo di fotografare dovesse cambiare. Servivano più tempo e più attenzione, ma soprattutto era necessario ricordarsi che davanti all'obiettivo non c'era semplicemente un soggetto da fotografare. C'era una persona con una vita intera alle spalle.


I volti, le mani e quegli occhi pieni di luce

La prima cosa che mi ha colpito sono stati i volti. Volti segnati dal tempo, dalle esperienze e, in alcuni casi, dalla malattia. Le rughe non erano semplicemente segni dell'età: sembravano raccontare storie che non avrei mai potuto conoscere completamente. Ancora più forti erano forse le mani, segnate dal lavoro e dalla fatica, mani che raccontavano una vita trascorsa a fare, costruire, accudire e vivere.

E poi c'erano gli occhi.

Quando fai il fotografo di ritratti impari presto che gli occhi possono raccontare molto più di quello che una persona dice. Ma in quella situazione questa sensazione era ancora più forte. In alcuni sguardi c'erano la sofferenza e la fragilità, in altri la curiosità, la voglia di partecipare e di capire cosa stesse succedendo. E, nonostante tutto, c'era una luce che mi è rimasta impressa.

È difficile spiegare cosa significhi incontrare uno sguardo attraverso un obiettivo. Normalmente cerchi l'espressione giusta, il momento, la luce migliore. In quella giornata, però, ho capito che prima ancora di realizzare un buon ritratto dovevo creare una relazione, anche solo per pochi minuti.

Bisognava aspettare, ascoltare e lasciare che la persona davanti alla macchina fotografica si sentisse a proprio agio.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della fotografia di ritratto: obbligarti a fermarti davanti a qualcuno abbastanza a lungo da riuscire a vedere dettagli che, nella fretta della vita quotidiana, rischieresti di non notare. Un volto può raccontare molto prima ancora che qualcuno inizi a parlare.



Un piccolo set sul terrazzo del reparto

Il progetto non consisteva semplicemente nel realizzare dei ritratti all'interno della struttura. Sul terrazzo del reparto era stato preparato un piccolo set e alcuni dei pazienti sono stati fotografati indossando abiti tradizionali dell'Alto Adige appartenenti a epoche diverse, e poi gli accessori: Brocche per il latte, taglieri con lo speck, coperte e ornamenti, girasoli e spighe di grano.

Per qualche momento quel terrazzo è diventato un piccolo palcoscenico e quelle persone sono diventate protagoniste.

La fotografia, però, era soltanto il momento finale di un lavoro molto più ampio. Prima dello scatto c'erano la preparazione, il trucco, i capelli, la vestizione e gli spostamenti. Alcuni pazienti riuscivano a muoversi autonomamente, mentre altri avevano bisogno di essere accompagnati e aiutati. Ogni gesto richiedeva attenzione e, soprattutto, tempo.

C'erano poi le domande di chi era perfettamente senziente e voleva sapere cosa stessimo facendo, chi avrebbe visto le fotografie, perché stavamo realizzando quel progetto. C'era curiosità, qualche sorriso, qualche battuta in pusterese e anche qualche momento di silenzio.

Io ero lì come fotografo, ma molto presto ho capito che lo scatto rappresentava soltanto l'ultimo passaggio di qualcosa di molto più grande. Prima della fotografia c'erano le persone.

Gli abiti e il legame con la memoria

Gli abiti tradizionali aggiungevano alle immagini un significato particolare. Non erano semplicemente elementi scenografici scelti per rendere più interessante un ritratto, ma raccontavano una cultura e un territorio che per molti di quei pazienti rappresentavano qualcosa di vissuto in prima persona.

Guardandoli attraverso l'obiettivo ho avuto la sensazione che quegli abiti mettessero in comunicazione due momenti diversi: il passato che rappresentavano e il presente di quelle persone. Un vestito, un cappello o un dettaglio potevano riportare alla memoria una parte della propria vita.

Per alcuni di loro, indossare nuovamente quegli abiti sembrava diventare qualcosa di più di una semplice preparazione fotografica. Era quasi un piccolo ritorno indietro nel tempo.

Ed è questo che mi ha colpito: la fotografia non serviva soltanto a creare un'immagine. Serviva a mettere in relazione una persona con la propria memoria, con il proprio territorio e con una parte della propria storia.


Gli operatori: la parte invisibile del progetto

Se penso a quella giornata, però, non ricordo soltanto i pazienti. Ricordo con grande emozione anche gli operatori che hanno reso possibile il progetto.

Li ho visti occuparsi di tutto: dal trucco ai capelli, dalla vestizione agli spostamenti, accompagnando le persone sul terrazzo e aiutandole ogni volta che ce n'era bisogno. Per alcuni pazienti anche un semplice spostamento richiedeva tempo e attenzione, e loro erano lì, continuamente presenti.

Sono gesti che probabilmente fanno parte della quotidianità di chi lavora in una struttura di questo tipo. Per me, che li osservavo da una prospettiva diversa, sono stati invece uno degli aspetti più significativi della giornata.

Mi ha colpito soprattutto la luce nei loro occhi. Non vedevo soltanto persone che stavano svolgendo il proprio lavoro: vedevo persone coinvolte, attente e sinceramente felici di poter regalare ai pazienti quel momento. C'era soddisfazione nel vedere quelle persone partecipare, indossare quegli abiti, sorridere e sentirsi protagoniste.

In quel momento ho pensato che alcune professioni, quando vengono vissute con questa intensità, smettono di essere soltanto professioni. Diventano una forma di vocazione, di cura e di presenza verso l'altro.



Tutto quello che non è finito nelle fotografie

Quando fai il fotografo sei abituato a cercare il momento giusto. La luce, la composizione, l'espressione, il gesto. In quella giornata, però, ho iniziato a dare valore anche a tutto ciò che accadeva tra uno scatto e l'altro.

Le domande di chi era perfettamente consapevole di quello che stava accadendo, la curiosità verso la macchina fotografica, i sorrisi e anche i momenti di silenzio sono rimasti impressi nella mia memoria forse più di alcune fotografie.

È una cosa che mi capita spesso di pensare anche nel resto del mio lavoro. Una fotografia può essere tecnicamente perfetta, avere una bella luce e una composizione equilibrata, ma ciò che la rende davvero importante è spesso quello che c'è dietro.

In quella giornata ho capito ancora una volta che non tutto ciò che conta diventa necessariamente un'immagine. A volte è una parola, a volte uno sguardo, a volte semplicemente il modo in cui una persona ti guarda dopo che hai abbassato la macchina fotografica.


Un lavoro senza compenso

Quell'incarico non prevedeva un compenso economico. E voglio dirlo proprio perché, come ho scritto all'inizio, la fotografia è il mio lavoro. Un servizio fotografico ha un valore e dietro quel valore ci sono professionalità, esperienza, attrezzatura, formazione, tempo e tutti quei costi che spesso non vengono percepiti da chi guarda soltanto il risultato finale.

Non penso quindi che il lavoro di un fotografo debba essere considerato gratuito. Al contrario, credo che proprio chi fa questo mestiere sappia quanto vale il proprio tempo e quanto sia costato arrivare a un determinato livello di esperienza e professionalità.

Ma credo anche che, proprio perché si tratta di una professione, un fotografo possa scegliere consapevolmente di mettere ciò che sa fare a disposizione di qualcosa che sente importante.

Quella era una di quelle occasioni.

Non l'ho vissuta come una giornata di lavoro gratuito, ma come la possibilità di restituire qualcosa attraverso il mio lavoro. La macchina fotografica, per una volta, non era soltanto uno strumento professionale: era il mezzo attraverso il quale potevo raccontare persone che meritavano di essere viste e ricordate.


la pubblicazione
la pubblicazione

Le fotografie pubblicate su Regenbogen

Le immagini realizzate durante il progetto sono state successivamente pubblicate sulla rivista Regenbogen, nel numero di ottobre 2025, legata ai Wohn- und Pflegeheime Mittleres Pustertal.

La pubblicazione è stata naturalmente una soddisfazione professionale, ma se oggi penso a quella esperienza non è la rivista la prima cosa che mi viene in mente.

Ricordo il terrazzo del reparto, gli abiti tradizionali dell'Alto Adige, le mani segnate dal lavoro, gli occhi, le domande, i sorrisi e soprattutto gli operatori che si muovevano continuamente per aiutare tutti a vivere quel momento.

Ricordo la sensazione di essere entrato in quel luogo come fotografo a Brunico e di essere uscito con qualcosa che non aveva nulla a che vedere con una fotografia.



Il vero guadagno

È passato quasi un anno da quella giornata, ma considero ancora quell'esperienza uno dei momenti più significativi del mio percorso professionale.

Forse perché mi ha ricordato che il valore della fotografia non è sempre quello che possiamo attribuirle attraverso un preventivo, una fattura o una pubblicazione. Il lavoro deve essere retribuito, la professionalità ha un costo e la fotografia professionale non può essere confusa con un passatempo. Ma esistono momenti in cui il valore di quello che facciamo prende una strada diversa.

Quell'esperienza mi ha lasciato incontri, sguardi, storie ed emozioni. Mi ha ricordato perché continuo a fare questo lavoro e perché, oltre alla tecnica e alla professionalità, la fotografia per me rimane soprattutto un modo per entrare in contatto con le persone e raccontare qualcosa di loro.

Il vero guadagno, quella volta, non è finito sul conto corrente. È rimasto dentro di me. Ed è forse per questo che, a distanza di quasi un anno, ricordo ancora così bene quelle persone.

Ci sono fotografie che si fanno per lavoro. E poi ci sono fotografie che, anche quando non vengono pagate, pagano il fotografo in un altro modo: lasciandogli qualcosa nel cuore.







 
 
bottom of page