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35 anni di Croce Bianca a San Vigilio di Marebbe: un documentario tra memoria, volontariato e comunità.

5 giorni fa
Tempo di lettura: 8 min

Un viaggio attraverso le persone, i ricordi e le emozioni che raccontano 35 anni di servizio della Croce Bianca di San Vigilio di Marebbe. Un progetto nato per custodire la memoria di una comunità e guardare al futuro, nel cuore delle Dolomiti.


Ci sono progetti che nascono da un incarico e altri che prendono forma da un'idea. E poi ci sono quelli che, fin dal primo momento, senti particolarmente vicini, perché raccontano il luogo in cui vivi, le persone che conosci e la comunità della quale, in un modo o nell'altro, fai parte.

Il documentario dedicato ai 35 anni della Croce Bianca di San Vigilio di Marebbe nasce proprio così: da una proposta, da una passione condivisa e dal desiderio di raccontare una realtà fondamentale per il territorio attraverso immagini, testimonianze e ricordi.

A chiedermi di realizzare questo progetto è stata Sofia, che ha avuto l'idea di trasformare questo importante anniversario in un racconto capace di andare oltre la semplice celebrazione. La mia risposta è stata immediata. Dopo tredici anni trascorsi a San Vigilio, raccontando attraverso la fotografia e il video tanti momenti della vita locale, sentivo che questo progetto rappresentava qualcosa di speciale.

E oggi, mentre il documentario viene presentato durante la cerimonia di inaugurazione della nuova sede della Croce Bianca, il racconto assume un significato ancora più importante. I 35 anni dalla fondazione incontrano infatti un nuovo capitolo della storia dell'associazione: una struttura più grande e funzionale, pensata per accompagnarne l'evoluzione e le esigenze future.


Tredici anni a raccontare San Vigilio attraverso le immagini.

Nel corso degli anni, il mio lavoro come fotografo e videomaker in Val Badia mi ha portato a raccontare tante sfaccettature di questa comunità: lo sport con in primis lo sci, le associazioni, gli eventi e le persone che contribuiscono a mantenerla viva.

Dal docufilm dedicato agli 80 anni dello Sci Club alle storie legate al calcio, fino alle manifestazioni e alle iniziative locali, ho sempre cercato di fare una cosa: non limitarmi a documentare ciò che accade, ma provare a trasmettere quello che si nasconde dietro ogni momento.

Perché una fotografia può fermare un istante, mentre un video può accompagnare lo spettatore dentro una storia, lasciando parlare i volti, i gesti, le voci e persino i silenzi.

Raccontare la Croce Bianca significava affrontare un tema diverso, ma allo stesso tempo profondamente legato alla vita della comunità. Una realtà che spesso si incontra nei momenti più difficili, quando il tempo diventa prezioso e la presenza di qualcuno può fare davvero la differenza.


Dietro le quinte.
Dietro le quinte.

Una storia che nasce dal territorio.

Il documentario si apre con uno sguardo sul territorio in cui opera la Croce Bianca di San Vigilio di Marebbe. Le immagini attraversano San Vigilio, San Martino, La Pli, Longiarù, Antermoia e Rina, mostrando i luoghi, le strade e le montagne che fanno da sfondo alla vita quotidiana di queste comunità.

Le Dolomiti sono uno scenario straordinario, ma vivere e prestare servizio in un territorio di montagna significa anche confrontarsi con distanze, condizioni meteorologiche e difficoltà logistiche che possono incidere sui tempi di intervento.

Nel 1991, la nascita della sezione locale rispondeva proprio all'esigenza di garantire una presenza più vicina alla popolazione, in un contesto nel quale i centri di soccorso più grandi erano più distanti.

Da questa necessità prende forma il racconto delle origini: una storia fatta di impegno, disponibilità e persone che hanno scelto di mettersi al servizio degli altri.



Quando i ricordi diventano immagini

Una delle parti più significative del progetto è stata la raccolta delle testimonianze dei volontari storici.

Ascoltare i loro racconti ha significato entrare in contatto con una memoria fatta di momenti di comunità, esperienze condivise, situazioni difficili e tragedie che hanno lasciato un segno profondo, come il tragico incidente del bus nel fiume Gadera.

In alcuni momenti, le parole hanno lasciato spazio alle emozioni. E sono proprio quegli istanti, gli sguardi che cambiano mentre riaffiora un ricordo, le pause prima di riprendere a parlare, a rendere una testimonianza autentica.

Come videomaker, cerchi la luce giusta, la composizione più efficace e l'inquadratura capace di valorizzare chi hai davanti. Ma ci sono situazioni in cui la cosa più importante è semplicemente esserci, ascoltare e lasciare che il racconto trovi il proprio ritmo.

Non tutto si può programmare. Non tutto si può costruire a tavolino. Durante le riprese ci si confronta anche con imprevisti apparentemente piccoli, ma che sul campo possono fare la differenza: il vento che disturba l'audio proprio durante una testimonianza, una scena da ripetere, un taglio da rivedere o un'inquadratura che non restituisce esattamente ciò che avevi immaginato.

Sono aspetti che fanno parte del lavoro e che raramente si vedono nel video finito. Eppure, è anche attraverso questi tentativi, gli aggiustamenti e le scene ripetute che si costruisce un racconto capace di funzionare.

A volte, poi, gli imprevisti regalano anche momenti decisamente più divertenti.

Durante la ripresa di un finto incidente lungo un sentiero, per esempio, avevamo preparato una simulazione con un paziente truccato in modo realistico. L'esercitazione era stata segnalata, ma un escursionista, evidentemente ignaro di quanto stesse accadendo, si è trovato davanti a una scena che sembrava tutt'altro che finta.

Mentre noi eravamo impegnati a recitare e a riprendere la situazione, utilizzando anche un piccolo drone, lui cercava addirittura di abbatterlo, convinto di dover intervenire in qualche modo.

Un momento surreale, che ha strappato un sorriso e che ricorda come, anche nei progetti più strutturati, la realtà sappia sempre sorprendere.



Raccontare il presente e preparare il futuro.

Per mostrare cosa significhi oggi far parte della Croce Bianca, il documentario entra nella quotidianità della sezione: gli spazi operativi, i mezzi di soccorso, la preparazione, gli aggiornamenti e la formazione continua.

Le riprese hanno coinvolto anche diverse esercitazioni, tra cui quelle congiunte con l'Aiuto Alpino e i Vigili del Fuoco di San Vigilio, un'esercitazione con i Vigili del Fuoco di San Martino e il corso di esercitazione dedicato ai giovani.

Sono occasioni che mostrano quanto il soccorso sia un lavoro di squadra. La preparazione, il coordinamento e la fiducia reciproca sono elementi essenziali per affrontare situazioni nelle quali ogni gesto deve essere compiuto con attenzione e competenza.

Dietro ogni intervento esistono ore di formazione, simulazioni e aggiornamenti che spesso rimangono invisibili agli occhi della popolazione.

Attraverso le immagini ho cercato di restituire anche questa dimensione: non soltanto l'intervento in sé, ma tutto ciò che permette ai volontari di essere pronti quando qualcuno ha bisogno di aiuto.

Accanto alle voci di chi ha vissuto i primi anni della sezione, trovano spazio anche quelle dei volontari più giovani. Perché raccontare 35 anni di storia significa ricordare il passato, ma anche capire chi oggi raccoglie quel testimone e continuerà a portarlo avanti.

La nuova sede, inaugurata proprio in occasione di questo importante momento per la Croce Bianca, rappresenta simbolicamente questo passaggio. Non soltanto un nuovo edificio, ma una prospettiva di crescita: uno spazio più grande e funzionale per continuare a formare, organizzare e sostenere chi sceglie di mettersi al servizio degli altri.

Un'estate di riprese, incontri e lavoro dietro le quinte.

La realizzazione del documentario si è sviluppata nell'arco di quasi un'intera estate.

Il lavoro è partito dalla stesura dell'idea e dalla costruzione di un filo narrativo, per poi proseguire con le giornate dedicate alle interviste, alla raccolta del materiale documentativo e alle riprese delle attività operative e delle esercitazioni.

Quattro giornate sono state dedicate agli incontri e alle interviste programmate, alle quali si sono aggiunte altrettante giornate di riprese dedicate alla raccolta di immagini e alla ricostruzione di alcune situazioni attraverso simulazioni. A queste si sono sommate le diverse giornate di esercitazioni, ognuna con le proprie esigenze organizzative e narrative.

Tutto questo mentre affrontavo anche il recupero da un infortunio al legamento crociato. Le prime registrazioni sono state realizzate addirittura con le stampelle.

Non è stata sempre una passeggiata, ma quando un progetto ti coinvolge davvero trovi la motivazione per portarlo avanti, adattandoti alle circostanze e cercando ogni volta la soluzione migliore.

In un documentario girato sul territorio, inoltre, non sempre il meteo e la luce sono quelli che avevi immaginato. Le condizioni cambiano, gli imprevisti fanno parte del lavoro e non tutte le riprese possono essere perfette dal punto di vista tecnico.

La conoscenza del territorio, delle sue luci e dei suoi ritmi diventa allora un aiuto prezioso per costruire un racconto visivo coerente. Ma ho imparato che l'autenticità di una storia non dipende soltanto dalla luce ideale o dall'inquadratura impeccabile. Dipende soprattutto dalla capacità di riconoscere ciò che conta davvero e di valorizzarlo attraverso le immagini.


Le riprese effettuate in primavera dopo il mio infortunio.
Le riprese effettuate in primavera dopo il mio infortunio.

Il montaggio: quando tante ore diventano un'unica storia.

Se le riprese rappresentano la parte più visibile del lavoro, il montaggio è forse quella in cui il racconto prende davvero forma.

Davanti allo schermo si ritrovano ore di registrazioni, testimonianze lunghe, dettagli, momenti spontanei e immagini raccolte in giornate diverse. Il compito è trovare un filo conduttore, dare un ritmo alle scene e scegliere quali parole lasciare parlare, affinché la storia risulti comprensibile, coinvolgente e autentica.

È un lavoro fatto di ascolto, selezione e pazienza. Una frase può essere significativa, ma trovare la posizione giusta all'interno del racconto può cambiarne completamente il peso emotivo. Un'inquadratura può durare pochi secondi, ma richiedere molto tempo per essere collocata nel punto più efficace.

Il documentario è stato rivisto più volte, con un lavoro di rifinitura che ha riguardato le sequenze, i passaggi narrativi e i dettagli delle interviste. Anche i piccoli consigli di una giornalista, che ha contribuito a limare alcuni aspetti del racconto, si sono rivelati preziosi.

Ogni confronto ha aggiunto qualcosa al risultato finale e, personalmente, ha rappresentato un'ulteriore occasione di crescita. Perché ogni progetto porta con sé nuove competenze, nuove prospettive e la possibilità di migliorare il proprio modo di raccontare.

Un ringraziamento speciale va a Sofia, il cui contributo è stato fondamentale dall'organizzazione delle giornate fino alla fase di montaggio. In particolare, il suo aiuto con la lingua ladina e nella selezione e nel taglio delle diverse interviste ha permesso di valorizzare le testimonianze e di dare maggiore coerenza al racconto.

Un progetto di questo tipo non è mai soltanto il risultato di una macchina da presa o di un software di montaggio. È il frutto di incontri, disponibilità, collaborazione e fiducia reciproca.

Per sostenere almeno in parte un lavoro che ha richiesto molte giornate di preparazione, riprese e post-produzione, si è inoltre potuto contare sul contributo di alcuni sponsor. Un supporto importante, che desidero riconoscere e ringraziare, perché rende possibile dedicare tempo ed energie a progetti che restituiscono valore alla comunità.


Un documentario per ricordare, ma anche per ispirare.

Il risultato di questo percorso è un video che vuole essere molto più di una celebrazione dei 35 anni della Croce Bianca di San Vigilio di Marebbe.

È un omaggio a chi ha contribuito a costruire questa storia, a chi continua ogni giorno a portarla avanti e a chi, magari guardando queste immagini, potrebbe sentirsi ispirato a intraprendere lo stesso percorso.

Il volontariato richiede tempo, responsabilità e impegno. Ma offre anche l'opportunità di crescere, imparare, conoscere persone e diventare parte attiva della propria comunità.

Se questo documentario riuscirà non soltanto a far riaffiorare ricordi, ma anche a far nascere in qualche giovane la curiosità di avvicinarsi alla Croce Bianca, allora avrà raggiunto uno dei suoi obiettivi più importanti.

Perché raccontare una storia significa anche poter contribuire, in qualche modo, a scrivere quella che verrà.


il Team al completo nel giorno dell'innaugurazione della nuova sezione.
il Team al completo nel giorno dell'innaugurazione della nuova sezione.

Trentacinque anni di storia, un nuovo inizio.

L'inaugurazione della nuova sede rappresenta un passaggio significativo in questo anniversario. Una struttura più grande e funzionale che accompagna la crescita della sezione e guarda alle esigenze dei prossimi anni.

Il documentario si inserisce proprio in questo momento: da una parte la memoria di chi c'era, con gli aneddoti, le difficoltà e le emozioni di tanti anni di servizio; dall'altra il presente di una realtà organizzata, preparata e pronta a continuare il proprio lavoro.

Per me, come fotografo e videomaker nelle Dolomiti dell'Alto Adige, raccontare queste realtà significa dare valore al territorio non soltanto attraverso i suoi paesaggi, ma soprattutto attraverso le persone che lo rendono vivo.

Le montagne possono essere lo scenario di una storia straordinaria, ma sono le persone a darle un significato.

Dietro ogni divisa c'è una persona. Dietro ogni intervento c'è una preparazione. Dietro ogni associazione c'è una comunità.

Trentacinque anni di ricordi, impegno e dedizione. Una nuova sede, nuove prospettive e una storia che continua.

Perché esserci, quando qualcuno ha bisogno, significa molto più che prestare un servizio: significa prendersi cura della propria comunità.


biglietto di ringraziamento per il lavoro svolto.
biglietto di ringraziamento per il lavoro svolto.

Di seguito il link al video.






 
 
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